EL MAGUTT

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"El magutt" è, come si sa, l’aiutante del muratore, cioè colui che prepara la "calcina", gli porta la pila dei mattoni, con la carriola trasporta la calce, la sabbia, la "gera".
Dunque, per la costruzione del Duomo si sono adoperate valanghe di maestranze provenienti da varie località: questo è il caso dei Maestri Comacini o dei Ticinesi; così il Monsignore preposto alle assunzioni, inizia a scrivere nel libro mastro:
<<Tomasus di Arcisate.............magister carpentarius
Matteus Bossi......................magister carpentarius
Antonius da Tradate.............magister carpentarius ecc.ecc.>>

 

Poi, siccome le abbreviazioni sono un tipico fenomeno milanese, detto Monsignore continua l’elenco così:
<<Valerio Colombo............mag.ut (dove “mag.” sta per “magister” e “ut” sta per "come sopra".>>

 

E’ così che nasce il termine “mag.ut”, che poi divenne il nostro “magutt”.

EL SCIUR CARERA

Sciur Carera o Omm de Preja (Uomo di Pietra) sono i nomi popolari attribuiti a un'antica scultura romana che si trova a Milano sotto i portici di corso Vittorio Emanuele, al civico 13.

 

Si tratta di un altorilievo in marmo, databile al III secolo, di figura maschile vestita in toga riccamente panneggiata, mancante delle braccia, e con la gamba destra leggermente avanzata. La testa, non è pertinente e fu aggiunta in epoca altomedioevale, quando la scultura venne riutilizzata con l'intento di dedicare un monumento a Adelmanno, morto nel 956, arcivescovo appartenente alla famiglia nobile dei Menclozzi che aveva strenuamente difeso i diritti della plebe contro i potenti.

 

Quando la statua fu collocata sotto i portici di corso Vittorio Emanuele, sotto il rilievo è stata inserita un'epigrafe incisa in latino: <<Carere debet omni vitio qui in alterum dicere paratus est>> (<<Deve essere privo di ogni colpa chi è pronto a parlare contro un altro.>>). Proprio all'incipit di tale frase si deve il nome popolare di “Scior Carera”. Al di sotto, una seconda iscrizione ricorda la precedente collocazione in via San Pietro all'Orto e il ruolo svolto dalla scultura nella storia di Milano sotto la dominazione austriaca.

Simbolo milanese dello sberleffo contro il potere, l’omm de preja ispirò anche la denominazione del giornale satirico "L'Uomo di Pietra", fondato nel 1856 dallo scapigliato Carlo Ricetti.

EL SIGNURUN DE MILAN

In via San Dionigi al 6, in zona Corvetto, si trova una grande statua del Cristo redentore, priva di una mano, troncata dalla benna di una ruspa dell' AEM durante i lavori di riparazione di un lampione.

 

 Pur essendo di costruzione relativamente recente, l’origine di questa statua, che veniva confidenzialmente chiamata “ El signurun de Milan” è stata dimenticata. Secondo una leggenda apparve miracolosamente nelle acque della Roggia Vettabbia, che prima di essere interrata scorreva al posto della via. Il Cristo salutava i viandanti che dalla vicina abbazia di Chiaravalle giungevano a Milano.

 

Il mistero di dove sia finita la mano del "signurun" è fitto. Alcune notizie sostengono che la mano fu recuperata da alcuni vigili urbani del vicino comando di via Ponzio, che l'avrebbero consegnata al parroco della vicina chiesa di  Michele Arcangelo e S. Rita. Sta di fatto che, al momento di terminare il restauro, la mano non era ancora saltata fuori, lasciando il redentore con il moncherino puntato verso il cielo.

I CORPI SANTI

Nel Medioevo portava questo nome lo spazio rurale situato al di fuori delle mura spagnole ed era così detto perché vi erano stati sepolti i primi martiri cristiani. In pratica erano terre aggregate alla città, distinte col nome della Porta che dalle mura spagnole si apriva sulla campagna. In epoca napoleonica queste terre vennero poi associate ad altre vicine a Milano. Finalmente, nel 1873, malgrado l’opposizione dell’ Amministrazione comunale guidata dal Sindaco, il dottor Noè, furono per gran parte forzatamente annesse a Milano. L’annessione delle zone più lontane, invece, fu completata per gradi fino al 1932. 

I FENICOTTERI ROSA

Si muovono leggeri, tra il grande prato e la piscina costruita per loro, un luogo intimo e protetto. Il piccolo stormo di fenicotteri dal piumaggio rosato danza lieve e silenzioso, nascosto alla vista dei passanti dagli alberi. E, poi, nell'acqua, sospesi su una sola zampa, gli animali immergono nella fanghiglia i becchi dalla forma strana e dotati di lamelle per filtrare il cibo, microcrostacei e alghe blu-verdi, spirulina.
Tra corso Venezia e via Cappuccini c'è un'oasi, un microcosmo, per creare la quale il cavalier Invernizzi, il papà del formaggino Mio, pioniere del marketing (i più grandi ricorderanno le mucche Caroline e le bambole Susanna gonfiabili lanciate da un elicottero sulle spiagge della Versilia a metà degli anni Sessanta) demolì un palazzo acquistato contemporaneamente a quello in cui viveva.

Un'oasi esclusiva, in pieno centro, custodita dal mondo esterno anche per volontà testamentaria dei coniugi Invernizzi. Tutti gli uccelli di Villa Invernizzi sono nati in cattività. I loro progenitori furono portati dal Cile e dall'Africa prima che l'Italia, nel 1980, aderisse alla convenzione Cites , che tutela gli animali esotici e le specie a rischio di estinzione.

IL CAMPANILE PRIGIONIERO

Può capitare anche questo a Milano. Girando per strade secondarie potreste notare che fra i condomini residenziali di un noto quartiere (in via Giannone), in uno degli sporadici ritagli di verde appare, seminascosto dagli alberi, un curioso campanile, testimone di un passato lontano.

Il campanile di stile romanico risale a circa il 1250 e faceva parte della chiesa della SS. Trinità. Il salvataggio di questo monumento è ascrivibile all’imprenditore Guido Bordiga, uno dei soci fondatori del Fai (Fondo per l’ambiente italiano), che circa un quarto di secolo fa lo acquistò per salvarlo dalla demolizione.

 

Un aneddoto racconta che nel 1968 la chiesa, pericolante, fu abbattuta. Si racconta anche che il campanile fu, invece, graziato perché l’operaio che avrebbe dovuto demolirlo era malato e qualcuno riuscì ad avvertire in tempo il Sovrintendente ai beni architettonici che riuscì a salvare il campanile.

IL GONFALONE DI S. AMBROGIO

Il primo gonfalone della città di Milano è un arazzo realizzato intorno al 1565 su disegni di Giuseppe Arcimboldi e Giuseppe Meda dai ricamatori Scipione Delfinone e Camillo Pusterla; esso misurava 5,2 metri di altezza per 3,57 di larghezza. Venne benedetto da Carlo Borromeo e portato per la prima volta in processione per la festa di Pentecoste del 1566 (2 giugno). Restaurato una ventina di volte nei successivi 300 anni e attualmente custodito nel Castello sforzesco, nella Sala del Gonfalone. Esso raffigura al centro Sant'Ambrogio, munito di una sferza, in atto di cacciare gli Ariani. Al di sotto vi sono riportati i sei scudi delle porte cittadine e tre volte lo scudo della città. Ai lati, episodi della vita del Santo.

Una copia viene custodita a Palazzo Marino, nella Sala dell'Alessi, e viene esibita nelle ricorrenze ufficiali più importanti per rappresentare la città.

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