LA BATTAGLIA DI LEGNANO

La battaglia di Legnano fu uno scontro armato avvenuto il 29 maggio 1176 tra l'esercito imperiale di Federico Barbarossa e le truppe della Lega Lombarda. Venne combattuta tra Legnano e Borsano. Fu la battaglia cruciale della lunga guerra con cui il Sacro Romano Impero Germanico tentava di affermare il suo dominio sui Comuni dell'Italia settentrionale, i quali, dopo gli iniziali dissapori, nel momento più critico per le sorti del Nord, misero da parte le reciproche rivalità e si allearono, dando vita alla Lega Lombarda, presieduta da Papa Alessandro III.

 

La battaglia pose fine alla quinta discesa in Italia dell'imperatore Federico Barbarossa e si concluse con la sconfitta di Legnano.

 

Alla storica battaglia fa riferimento l'inno di Mameli che recita «Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano» a ricordare la vittoria delle popolazioni italiane su quelle straniere. Grazie a questa storica battaglia, Legnano è l'unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell'inno Nazionale italiano.

LA BATTAGLIA DI CASORATE

Nel 1356 nei pressi di Casorate, località vicina all’Abbazia di Morimondo, ci fu uno scontro tra due eserciti: quello milanese comandato da Lodrisio Visconti, il primo capitano di ventura italiano e fondatore della compagnia di San Giorgio, e quello filo imperiale, legato a Carlo VI di Boemia e alla coalizione anti viscontea, comandato dal Conte tedesco Corrado di Landau, fondatore della prima compagnia di ventura straniera.

 

Ogni anno, proprio a Casorate, nel luogo della battaglia, viene realizzata una ricostruzione della stessa con costumi fedeli e grandissima cura dei dettagli.

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LA BATTAGLIA DI DESIO

La battaglia di Desio ebbe luogo a Desio il 21 gennaio 1277 tra la famiglia Della Torre e quella dei Visconti per ottenere il controllo su Milano ed il suo contado.

 

La battaglia fu vinta dai Visconti: Francesco della Torre fu ucciso e il fratello Napo, il Signore di Milano, fu fatto prigioniero.Ogni anno dal 1989 nel comune di Desio questa battaglia viene ricordata con il folcloristico “palio degli zoccoli”.

 

Secondo la tradizione locale Ottone Visconti, vincitore, infatti, fece il suo ingresso a Desio accolto proprio dal rumore festante degli zoccoli dei desiani stanchi di dover sottostare e pagare l’occupazione da parte di Napo della Torre.

LA BATTAGLIA DI PARABIAGO

Tutto cominciò nel 1327, con la morte del Signore di Milano Galeazzo I Visconti, che lasciò come unico erede il figlio Azzone, il quale, in opposizione al pontefice, comprò il titolo di Vicario di Milano dall'Imperatore di Germania Lodovico il Bavaro. Nel 1332 al governo del nuovo Vicario, si associarono gli zii Luchino e Giovanni Visconti Arcivescovo, figli di Matteo Visconti, in una sorta di triumvirato. L'altro zio Lodrisio, rimastone fuori, inscenò invano una serie di congiure, per spodestare i tre; quando tutti suoi complici furono arrestati da Azzone (23 novembre 1332), e rinchiusi nelle prigioni di Monza (dette i forni), fu costretto a fuggire a Verona, ospite di Mastino II della Scala.

 

PREPARATIVI

Lodrisio, presso la corte scaligera, costituì un'armata composta perlopiù da germanici e svizzeri di lingua tedesca, chiamata Compagnia di San Giorgio, e con l'aiuto stesso di Mastino, Signore di Verona, strinse una serie di alleanze con i nemici del nipote, nelle quali rientrava anche Calcino Tornielli, Signore di Novara. Nel frattempo anche il nipote Azzone aveva concordato alcune alleanze: Ludovico figlio di Aimone di Savoia, il Marchese di Ferrara Obizzo III d'Este, le Signorie di Mantova, Saluzzo e Bologna, oltre il Patriarcato di Aquileia. Così l'ambizioso zio, usurpando il titolo di Signore del Seprio, cominciò dal Veneto a muovere le sue truppe, scontrandosi con l'esercito ambrosiano presso Rivolta d'Adda (1339, primi di febbraio). Pinalla Aliprandi, come capitano generale dell'esercito di Azzone, gli mosse contro cinquecento cavalli, ma non riuscì ad arrestarlo al passaggio dell'Adda e, nei giorni seguenti, Lodrisio prese Cernusco in Martesana, Sesto "di Monza" e Legnano, dove si ricongiunse con le truppe scaligere.

Arrivarono però i rinforzi in favore di Azzone, dalla Savoia giunse una compagnia capitanata da Ettore da Panigo, da Ferrara altri uomini sotto la guida di Roberto Villani, che venne eletto Capo delle Truppe Ausiliari dal Consiglio di Guerra. Ora il Vicario poté organizzarsi contro il rivale: mise truppe di stanza in alcuni borghi della zona del Sempione, a Parabiago le avanguardie, a Nerviano il centro della difensiva sotto lo zio Luchino Comandante Supremo dell'Esercito, a Rho il Villani controllava la retroguardia, in Milano invece lo stesso Azzone, malato di gotta, con al fianco lo zio Arcivescovo Giovanni, capitanava le milizie di difesa entro le mura.

 

LO SCONTRO

Lodrisio decise di cogliere di sorpresa i nemici, entrò segretamente in Parabiago da tre vie: da Canegrate, dal Sempione e lungo l'Olona. La battaglia infuriò.

Si dice che i due eserciti, avendo entrambi le insegne Viscontee, per distinguersi gridassero Miles Sancti Ambrosii (Soldati di Sant'Ambrogio), per i milanesi, e Rithband Heinrich (Cavalleria di Enrico), per la Compagnia di San Giorgio.

Per alcune fasi, i soldati di Lodrisio ebbero la meglio, soltanto pochi nomi si distinsero tra le truppe ambrosiane, quelle comandate da Pinalla Aliprandi, tra i quali un certo Antonio, figlio illegittimo di Matteo Visconti, quindi ziastro di Azzone; egli fece strage di mercenari tedeschi e si impossessò del loro stendardo. Però ad uno ad uno crollarono i vari capi milanesi, cosi Luchino trovatosi in condizioni disperate, prese una decisione estrema: si armò di lancia e furiosamente si buttò a cavallo tra le file nemiche, venne poi disarcionato e fatto prigioniero dai Lodrisiani che lo legarono ad un noce; i suoi si persero d'animo e cominciarono la ritirata. Lodrisio vide avvicinarsi la vittoria, si accampò in centro paese e con i comandanti studiò le mosse per entrare in Milano, mentre i suoi soldati si davano all'ozio ed alle razzie.

I fuggiaschi raggiunsero Rho, dove Roberto Villani scelse di riorganizzare le file ambrosiane e si pose in marcia verso Parabiago: fu facile per lui cogliere di sorpresa le vedette e liberato Luchino, riprese a dar battaglia.

Altri fuggiaschi raggiunsero Milano ed impauriti cominciarono a raccontare l'esito parziale della battaglia, che sembrava ormai conclusa in favore dei loro nemici. Azzone mise in allerta i militi entro le mura ed impose di chiudere tutte le porte cittadine, impedendo l'ingresso e l'uscita a chiunque. Pare poi che egli si ritirasse nella sua cappelletta privata per pregare Dio e Sant'Ambrogio.

 

L'APPARIZIONE MIRACOLOSA E L'EPILOGO

Secondo le fantasiose cronache dell'epoca, le preghiere del "Vicario Imperiale" furono ascoltate: Sant'Ambrogio apparve sul campo di battaglia.

Cominciò a formarsi in cielo un nuvolone bianco, dal quale spuntò a cavallo il Patrono di Milano, era vestito di bianco, ed arrabbiato cominciò a frustare i soldati di Lodrisio, così i milanesi incoraggiati da tale miracolo, si avventarono sui nemici ed ebbero la meglio.

Lodrisio venne poi catturato nelle campagne e su ordine di Azzone fu rinchiuso nelle prigioni di San Colombano al Lambro, fino al 1349, quando dopo la morte di Azzone e Luchino, venne liberato dal magnanimo fratello, l'Arcivescovo Giovanni Visconti. Uno dei suoi alleati, Calcino Tornielli, venne cacciato da Novara, che divenne feudo visconteo.

La leggendaria apparizione aveva posto fine alla battaglia di Parabiago e fu così eclatante che per secoli, nelle cronache milanesi e lombarde, oscurò la Battaglia di Legnano.

LE CINQUE GIORNATE DI MILANO

Per "Cinque giornate di Milano" si intende l'insurrezione avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848 nell'omonima città, allora parte del Regno Lombardo-Veneto, che portò alla liberazione della stessa dal dominio austriaco.

 

Fu uno dei moti liberal-nazionali che interessarono l’Europa negli anni 1848-1849 nonché uno degli episodi della storia risorgimentale italiana del XIX secolo, preludio all'inizio della prima guerra di indipendenza.

 

L'insurrezione del popolo milanese contro gli oltre quindicimila austriaci del maresciallo Radetzky, seguita ai moti di Vienna e di Venezia, fu preceduta dalla fuga a Verona del viceré Ranieri, che lasciò il potere nelle mani del conte Moritz O'Donnell. Il 18 marzo, all'annuncio di imminenti riforme, la folla si diresse verso il palazzo del governo dove cominciarono gli scontri. O'Donnell concesse la guardia civica, mentre in giornata gli austriaci occuparono con la forza il municipio. I capi del moto erano di tendenze politiche differenti, ma si unirono, solidali, contro il nemico comune sia i repubblicani mazziniani, sia i moderati come il podestà Gabrio Casati, sia i democratici federalisti come Carlo Cattaneo. La resistenza dei milanesi, organizzata e talora improvvissata con una fitta rete di barricate e di contatti tra i quartieri della città, fu coronata dal successo: il 20 marzo quasi tutto il centro era nelle mani degli insorti e la situazione apparve a Radetzky così grave da richiedere un armistizio, peraltro rifiutato dai patrioti grazie alla determinazione di Cattaneo. Il 21 marzo giunsero da Torino le prime notizie di un possibile intervento del Piemonte, incoraggiato dai moderati lombardi; nello stesso giorno si costituiva il governo provvisorio, mentre le milizie civiche si apprestavano a espugnare porta Tosa (da allora detta porta Vittoria), che cadde il giorno successivo, costringendo Radetzky alla ritirata. Il 23 marzo Carlo Alberto emanava un proclama annunziante l'intervento piemontese che segnava, di fatto, l'avvio della Prima guerra d'indipendenza.

IL DELITTO PERFETTO

Il delitto della Cattolica è il nome sotto cui è storicamente noto l'assassinio di Simonetta Ferrero avvenuto il 24 luglio 1971 presso l'Università Cattolica di Milano, tuttora irrisolto. I giornali dell'epoca soprannominarono il caso Il mistero della Cattolica o Il delitto della Cattolica.

 

Il corpo di Nicolettta, con i segni delle trentatré coltellate inflittegli con un coltello da cucina, ma senza segni di violenza sessuale, fu ritrovato da un seminarista di 21 anni, primo sospettato ma subito scagionato. Le indagini portarono su diverse piste, quella della vendetta di un universitario adirato col padre di Simonetta per non averlo assunto alla Montedison dove egli era un dirigente, quella della tentata violenza sessuale, quella di dissapori tra giovani. Nessuna delle piste portò tuttavia ad un risultato e il delitto di Simonetta rimane tuttora irrisolto.

LA RAPINA DI VIA OSOPPO

Ugo Ciappina, Luciano De Maria, Arnaldo Gesmundo detto «Jess il bandito», Ferdinando Russo detto «Nando il terrone», Arnaldo Bolognini, piazzista di lampadari, Enrico Cesaroni, Eros Castiglioni. Sono loro i sette protagonisti della leggendaria rapina di via Osoppo. E’ il 27 di febbraio del 1958 e l’obiettivo della banda è il furgone blindato della Banca Popolare di Milano. Tre volte alla settimana il percorso è lo stesso: alle nove parte da piazza Meda e poi via verso le filiali sparse in città. Passa da via Osoppo, nella zona Nord Ovest, da dove raggiunge via Rubens e quindi via Solari. Sul furgone sono in tre, l' autista, un commesso della banca e un agente di polizia. La banda si apposta, con un arsenale di pistole e mitra tra via Osoppo e via Caccialepori. Il furgone arriva intorno alle nove e venti e una Fiat 1400 si para davanti, sbarra il passo, comincia a sbandare e poi si schianta contro un muro. Il furgone rallenta, si blocca. La gente si guarda attorno smarrita. Entra in scena un furgoncino che finisce contro il blindato, poi un altro furgone 1100 si affianca al blindato, che non si può più muovere. Sei uomini accerchiano il furgone della banca, uno tiene sotto tiro con il mitra passanti e curiosi. Pochi istanti dopo i sette si allontanano con numerose valigie piene di banconote: sono 114 milioni in contanti e altri 600 in titoli di credito che decidono di non toccare. Appena qualche giorno più tardi in riva all' Olona un passante ritrova un sacco con delle tute blu e dei passamontagna, quelli usati per mettere a segno il colpo. Un mese dopo, traditi dalle donne e dalla bella vita, tutti i rapinatori saranno in manette. «Ci sentivamo padroni di Milano, avevamo addosso una grande spavalderia. In fondo è stato meglio che ci abbiano preso altrimenti chissà dove saremmo arrivati», ha detto Luciano De Maria, tanti anni dopo.

I MARTINITT

Girolamo Emiliani, di patria veneziana e di stirpe nobile, fu un ex-combattente che visse nel XVI secolo. Convertitosi al cristianesimo, e oggi santo della Chiesa Cattolica, decise di dedicarsi alla carità verso i più derelitti, soprattutto bambini, e quando capitò a Milano il duca Francesco I, gli diede la possibilità di radunare bambini e bambine milanesi rimasti orfani, e per poterli ospitare gli permise l’accesso nell’oratorio di San Martino, che si trovava in un palazzo dell’attuale via Manzoni.

 

È qui che nasce il nome di Martinitt, forse perché in milanese orfanello si dice “martinin”, e da “nin a nitt” il passo è breve, e anche l’assonanza con “Martino”, il santo dell’oratorio che ospitava gli orfanelli sembra non essere casuale. Per le bambine il nome era diverso: l’appellativo delle orfanelle, infatti, sicuramente più poetico, era quello di Stelline –“Stellin” nel nostro dialetto meneghino. L’origine di questo nome è dovuto al fatto che Federico Borromeo, cugino del più noto Carlo, fondò l’Ospedale dei Mendicanti che poi diventerà l’Orfanatrofio della Stella, da cui Stelline. Qui i ragazzi rimanevano sino al compimento del diciottesimo anno d’età, avendo così modo di istruirsi nel leggere e nello scrivere, e imparando un mestiere, utile per riuscire ad andare a bottega e guadagnarsi il pane. Illustri ospiti dei Martinitt furono Ettore Bianchi e persino il fondatore della nota casa editrice, Rizzoli. Indimenticabile ovviamente anche il contributo che i ragazzi dei Martinitt diedero a Milano durante le gloriose Cinque Giornate.